Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - LA TRAVIATA
 
Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Non so quante volte abbia ascoltato La traviata, la innumerevole massa di pagine critiche lette e – benché non vanti una lunga carriera registica – le non poche occasioni in cui l’ho portata in scena; si potrebbe arguire che la conosca a fondo, ma, per me, mantiene sempre un carattere enigmatico, misterioso. E mi sono chiesto il perché. Ho incominciato, quindi, a pensare che fosse qualche cosa legato alla incompatibilità di comunicazione tra la ragione maschile (quella dei doveri e quella delle regole) e la sensibilità femminile (quella legata all’amore e alla libertà). Un fatto che mi ha convinto della validità di questa mia interpretazione è quanto poco Violetta parli realmente con Alfredo e, anche quando lo faccia, il più delle volte realmente non si comprendano. Anzi possiamo dire che non creino quasi mai una vera comunicazione: è come se Violetta sperasse vanamente che lui capisca, ma abbia la consapevolezza di essere sempre delusa in questa sua aspettativa.
Allora un’idea ha incominciato a darsi forma: che questa fosse una vera opera al femminile, un dramma che usasse un linguaggio proprio, un’opera insomma in cui le donne – Violetta, Annina e Flora – parlano una lingua non del tutto comprensibile agli uomini che le circondano. L’opera è cominciata ad apparirmi come la dilatazione di un unico urlo lacerante che proclamava l’amore di Violetta: infelice perché effimero, insensato perché inutile, disperato perché incomprensibile, ma sublime perché disinteressato, memorabile perché inviolato, divino perché eterno.
La cosa che ancora più mi affascina è come Verdi abbia potuto rendere questo aspetto. Forse la consapevolezza di questa capacità è l’unico vero motivo che l’abbia spinto a musicare un dramma simile, tanto lontano dal gusto dell’epoca e dalle inclinazioni precedentemente mostrate, toccando una vicenda a lui contemporanea, caso unico in tutto il suo catalogo. Pertanto penso che quello che l’abbia affascinato sia stata – più che un improbabile elevato valore scenico di una creazione teatrale particolarmente felice – la veridicità totale di un dramma legato a quella incomprensione che, tanto spesso, esiste tra uomini e donne e che forse egli stesso conosceva.
Questo tratto è ancora più evidente nel romanzo, che certamente Verdi conosceva ed al quale ha attinto soprattutto per ricrearne il clima e restare legato alla sua struttura narrativa. L’ampia novella, che palesemente si ispira alla Manon Lescaut di Antoine François Prévost, è – come il modello settecentesco – un grande flashback. Solo il distacco e la reinterpretazione dei fatti, posta dopo la morte stessa della donna, è il solo modo per Armando Duval, il verdiano Alfredo, di capirne le scelte e il dramma interiore, terribile perché non compreso a tempo debito e quindi non condiviso ne ormai più discutibile, avendo la morte posto un limite invalicabile tra i due. A questo stesso è concessa solo una comprensione parziale, perché non chiarita dalle parole, ed inutile perché tardiva, ma accettata e sentita come prova sublime di un amore superiore perché trasfigurato dal sacrificio silenzioso e dalla morte solitaria di Margherita, colei che sarà Violetta.
Verdi rende benissimo il primo aspetto, collocando – pratica assolutamente non usuale per lui – due preludi, che creano una ciclicità al taglio narrativo imposto. L’uguaglianza delle prime battute rendono ancora più evidente questo tratto. Il primo preludio non è l’evocazione di un clima di festa sensuale ed orgiastico, ma una evocazione di morte dove appare, come in un sogno, il tema di Amami, Alfredo (atto secondo, scena sesta), culmine del dramma di Violetta; come nel preludio all’atto terzo, che dimostra una continuità con il suo cupo clima sepolcrale, rotto solo da freddi bagliori che rendono palpabile la consapevolezza di una fine ormai imminente. Più difficile era – ma resa con maestria da Verdi – un’idea di solitudine che sempre accompagna la protagonista, sola perché diversa e, perché diversa, disposta e quasi assetta all’espiazione delle sue colpe, ma non alla rinuncia alla nobiltà dell’amore.
Su questi due punti verteranno le mie scelte registiche. I due preludi saranno, infatti, due punti narrativi nodali. La notorietà enorme dell’opera rende la maggior parte del pubblico disposta a cogliere il senso del flashback, mostrando nelle prime battute del primo preludio dapprima una tomba e poi una Violetta moribonda sul letto di morte. Questa scelta offre anche la possibilità di presentare tutta la vicenda come una meditazione su tutto il dramma di Violetta, vista non solo come ricordo di una moribonda dal su letto, ma come immagine astratta e completa di tutta la vicenda, unica possibilità di ottenere una consapevolezza maggiore perché letta in tutta la sua complessità dal suo primo momento fino alla fine. Il taglio narrativo dato a tutta la vicenda, infatti, è quello della solitudine di una tomba, che ci lega ad una riappropriazione di un ricordo di una Violetta malata, ormai prossima alla morte, che rivisita, nella sua mente, come in un terribile incubo, tutta la vicenda che la lega ad Alfredo. Una figura evanescente, in camicia da notte, sarà compagna alla Violetta sulla scena, immagine tangibile del ricordo, della comprensione del valore delle sue scelte e del suo dramma solitario.
Per rendere appieno il senso di solitudine e di abbandono – uno dei tratti più felici dell’opera – ho deciso poi di operare una particolare scelta registica per il terzo atto. Secondo un fortunato espediente verdiano, che faccio mio, la scena sarà divisa in due parti: una quella della realtà, dove vediamo una Violetta malata, con l’unica compagnia di Annina, e l’altra quella della visione del delirio. In questa seconda sezione la stessa malattia, come se sentisse pietà della sua vittima, le dona fallaci immagini di ciò che le è più caro: il ritorno di Alfredo, una speranza di salute e di amore, l’affetto paterno di Germont. Violetta, dunque, come nella creazione di Alexandre Dumas, muore sola e solo dietro il velo del delirio ella vedrà immagini di un’impossibile felicità futura.
Questa mia interpretazione vuole presentare una creatura che possiamo forse comprendere meglio: ecco quindi la nascita dell’immagine impalpabile, quasi lunare, di un’anima che si aggira tra i suoi ricordi accostandosi, consapevolmente, alla sua tomba. Figura più romantica che realista, ma che nell’illusione donata dal delirio accarezza un sogno di felicità che mi pare più reale nel suo valore onirico di quello proposto letteralmente da Verdi. Magari pare solo a me e forse non ho compreso il vero senso della sua vita scenica, ma proprio per questo mi sento quindi in debito con lei e non vorrò mai negarle questa fallace speranza di felicità, perché offrendolo a lei finisce che, poi, ci credo anche io. E l’opera serve a questo, a sognare.
A mio nonno Pino, che non amava l’opera ma sentiva il dramma di Violetta
 
 
 
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