Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - NORMA
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Allestire un grande capolavoro è sempre compito arduo, ma forse, proprio per questa sua difficoltà, è quanto mai attraente: viene infatti offerta una occasione di riconfrontarsi in maniera diversa – oserei dire quasi operativa – con una grande creazione teatrale e musicale. Nascono numerosi interrogativi, non certo sul valore o sui pregi dell’opera, ma su come si possano rendere al meglio e si riescano a rappresentare con più chiarezza e completezza al pubblico. 
            Il mio punto di partenza per intraprendere un cammino di allestimento è un confronto tra il dramma originale o la vicenda storica o la pièce teatrale da cui è stata tratta la vicenda dell’opera e la sua definitiva redazione: per comprendere la vera originalità dell’opera – e naturalmente Norma non fa eccezione – non sono i punti di contatto con l’originale, ma piuttosto lo sono i cambiamenti. Il dramma Norma, ossia L’infanticidio nasce a Parigi nel 1830 dalla penna dell’accademico tardo neoclassico francese Alexadre Soumet. 
            Si nota subito un elemento che sarà il punto di partenza della mia interpretazione registica: Romani e Bellini eliminano un tratto che Soumet riteneva tanto determinante da porre fin dal titolo: “l’infanticidio”. Questa scelta di eliminare l’uccisione dei figli è veramente chiarificatore. Nella sua versione originale Norma non era altro che una tragedia in cui la protagonista era una delle mille declinazioni della figura della infanticida per antonomasia di tutto il neoclassicismo teatrale: Medea, assassina e madre, amante respinta e tradita, donna ferita e maga furibonda. Ma Bellini e Romani volevano qualche cosa che fosse diverso: nasce allora dalle ceneri di una convenzionale figura di semi-dea una nuova figura di donna vera perché fragile, comprensiva perché respinta, sublime perché consapevole. Non uccidendo i figli, la spergiura sacerdotessa abbandona il consueto clima neoclassico del mito per entrare nel grande turbine del romanticismo dove tutto e tutti sono sottomessi alla violenza del sentimento, causa e fine, scopo e guida del cammino che ogni figura di questo dramma sta percorrendo. 
            Il fatto che Norma non riesca a spingere se stessa ad uccidere i propri figli e non voglia cancellare l’emblema evidente della sua colpa e non senta come possa trarre da questo delitto la gioia disumana che le darà il dolore inferto a Pollione mostra quanto sia nuovo questo personaggio. In altri termini Romani e Bellini leggono romanticamente quello che – nel suo aspetto originale – non è che un semplice, magari astuto per certi passaggi, drammone neoclassico. Ed è in questo clima duplice che risiede tutta la sua grandezza: Norma è un personaggio di natura anfibia; la sua originale natura disumana e fiera vive solo quando esistono le regole che le sono imposte, ma diviene dolce, comprensibile, fragile, quasi remissiva quando è semplicemente donna. Solo in nome del sentimento, che può provare, riesce a trovare in se stessa questa seconda natura – la sua più autentica – e, grazie a questo sentire, con il suo sacrificio finale non solo espierà le proprie colpe, ma in regola di quell’“assurdo” tipicamente tardo-romantico, invece di perdere definitivamente l’amore di Pollione lo riconquisterà, in maniera del tutto impensabile. 
            Questo è il suo vero carattere, ma la protagonista contamina tutti i personaggi che vi agiscono: ecco quindi che siamo di fronte ad una creazione così fortemente romantica proprio perché – affondando le sue radici in un neoclassicismo di fondo e di maniera – se ne distacca, creando un continuo contrasto che diviene il tratto tipico dell’ordito drammatico stesso. 
            Ora il vero problema è rendere questo sulla scena: creare un corrispettivo visivo alla creazione romantica per eccellenza creata dalla musica di Bellini. Un bosco notturno, intricato, cupo, impraticabile, selvaggio sarà il luogo angusto ed inospitale dove si aggireranno, alla luce incerta di rade stelle e di raggi lunari, personaggi ora vitali ora evanescenti, che vivono nell’incertezza e nella paura, seguendo come unico incerto faro il loro stesso sentimento, senza avere idea a quali porti li possa mai condurre. Gli alberi si muteranno poi in una selva ancora più claustrofobica di colonne romane, rese ancora più opprimenti della freddezza del loro marmo nella abitazione di Norma. Solo nel finale la scena del bosco troverà nella corrusca luce del rogo, con la luminosità purificatoria del fuoco sacro, una ampliamento fisico e spirituale della scena; Norma – scegliendo infatti di scarificarsi, di salvare l’innocente Adalgisa e di preservare la vita dei figli – attesta il suo messaggio di realtà di un sentimento puro: questo rende consapevoli, come già era avvenuto per la giovane novizia, anche Pollione, Oroveso e anche la comunità druidica. Tutti ora sono liberi dalla oppressione di spazi ridotti e le fiamme che consumano il loro opprimente bosco sacro e sembrano lambire tutti quanti e non solo i due amanti ora riuniti, pur dando morte, assicurano la serenità di una consapevolezza difficile da raggiungere perché superiore.

 
 
 
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