Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - IL BARBIERE DI SIVIGLIA
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

L’assoluto valore del libretto, del felicissimo e vitale connubio tra la qualità della musica, del piglio scenico e, di conseguenza, di quello comico rendono unico Il barbiere di Siviglia: unicità assoluta e senza confronti nella storia dell’opera.

            Dopo la metà dell’Ottocento, tra tutti i pur efficaci espedienti di personaggi comici, solo gli intrighi di Figaro riescono a sopravvivere a tutte quelle tendenze operistiche che – non solo del genere buffo, ma di tutto il teatro rossiniano in genere – ne avevano decretato l’inesorabile fine, sentendoli come superati. I travestimenti del Conte e lo scatto viperino di Rosina hanno superato, saldi, con il loro vaporoso sorriso e la loro freschezza, il Romanticismo melodrammatico col suo palpitante sentimentalismo. L’untuosa falsità di don Basilio non ha perso la sua carica buffa e la sua forza comica anche di fronte all’uragano teatrale di Verdi che, con la sua parola scenica, ottenne un’inimmaginabile tensione drammaturgica che finì per identificarsi con il melodramma stesso. Il crudele sadismo reso comico, perché inefficace, da una inguaribile dabbenaggine di don Barolo ha avuto ragione persino del Verismo, con le sue passioni estreme e laceranti, descritte e sentite come reali.

            Ma anche oggi, dopo l’ubriacatura della Rossini-renaissance, di fatto – e lo dico con molto dispiacere – solo questo capolavoro è l’unica opera di Rossini ad essere sempre presente in tutti repertori; persino quando si sono conosciute le altre grandi ed indiscutibilmente eccezionali prove del grande Pesarese e si più ben disposti – da parte del pubblico, oltre che da parte degli esecutori più tecnicamente agguerriti e consapevoli – a conoscere ed a sostenere le difficoltà esecutive di altri lavori, solo la vicenda di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais continua a dimostrarsi quanto mai viva: questi personaggi sivigliani, solitari nel catalogo rossiniano, vispi come non mai, senza accusare i quasi duecento anni che assolutamente non dimostrano, continuano ad ordire trame, a scambiarsi licenziosi biglietti amorosi oppure ad essere ingenuamente gabbati, facendoci così sorridere, divertire, ma anche ammaliandoci, commuovendoci e facendoci riflettere sulle meraviglie della giovinezza e sullo squallore di certa impenitente vecchiaia.

            È inutile soffermarsi sull’indagine di questa eccezione e ricercarne la causa o nel valore straordinario della musica o nella creazione dei personaggi o in mille altre caratteristiche. Ci si deve però porre mente quando si decide di pensarne un allestimento.

            Il barbiere di Siviglia ha avuto questo destino privilegiato, ma ha dovuto scendere a patti: la notorietà si paga. È un assioma, ma spesso – soprattutto quando si parla di teatro – non è poi questo gran danno! L’opera ha subito ed ha accettato – con la benevola riluttanza, la praticità, la sete di vita e la scaltrezza dei suoi personaggi – le mille variabili che hanno quanto meno mutato, se non deformato, i suoi propri connotati musicali; infatti nel periodo che abbraccia la fine dell’Ottocento ed i primi anni Sessanta del Novecento, per restare in repertorio il Barbiere ha dovuto accettare compromessi, talvolta anche grandi. E – come dicevo – ha pagato la sua notorietà con il doversi adeguare, in tali casi anche patteggiando e molto, al nuovo modo di concepire il teatro buffo e rossiniano, da ogni angolatura possibile: vocale, musicale, scenica ed orchestrale. È nata dunque nuova lettura, i cui confini sono stati dettati dalla tradizione. Questa nuova lettura dell’opera ha vinto e, vincendo, sopravvive ancora oggi. Il motivo di questo successo è molto semplice: il grande valore che ha nell’opera lirica la prassi esecutiva. Ci si pensa sempre troppo poco, ma è la prassi esecutiva che fa vivere il teatro lirico.

            È di questa tradizione– questo è il merito degli studi musicologici e del meritorio ruolo pratico svolto da tanti artisti in scena – ciò di cui io in maniera consapevole mi voglio riappropriare. Lo si può fare con cognizione diversa, ben più profonda e perciò con puntualità e misura. Per questo il mio allestimento – sia da un punto di vista visivo sia da quello narrativo e dinamico dei movimenti scenici – sarà molto tradizionale: vorrà essere l’immagine di quella Siviglia dai colori decisi di tanta oleografia ottocentesca e coerentemente i personaggi saranno abbigliati con quei costumi che li hanno resi noti, riconoscibili e li hanno fatto tanto amare dal pubblico. Un Figaro con la sua brava retina verde tra i capelli, a mo’ di bravo manzoniano, ed un don Basilio – secondo la personificazione leggendaria del grande Fëdor Ivanovič Šaljapin – magro ed allampanato. Anche la regia seguirà quindi, con questa consapevole idea, la più consolidata tradizione. Come potrebbe Rosina cantare la cavatina Ma se mi toccano (atto primo, scena quinta) senza un ventaglio deliziosamente poggiato sulla guancia come ha fatto il più celebre binomio di maestra ed insegnante, Elvira de Hidalgo e Maria Callas, oltre che interpreti di levatura storica del ruolo di Rosina?

            Il problema è dunque opposto a quello che ci troviamo ad affrontare per la maggior parte delle opere: non poche ma tantissime le tradizioni, tutte codificate e però spesso fortemente o superate per il nuovo modo di intendere il teatro o semplicemente divergenti l’una dalla’altra. Per rendere tutto ciò coerente, attuale e misurato ma efficace, ho trovato una soluzione e ho deciso di fare come quando si legge (o meglio si rilegge) un classico: per interpretarlo bisogna rapportarsi ad un’auctoritas, in altre parole ad una personalità straordinaria che, con il suo genio, ha reso la sua regia a sua volta, per l’appunto, un “classico”. La mia auctoritas è dunque – e non poteva essere altrimenti – Jean-Pierre Ponnelle e la regia, con un accento della mia personalità, sarà un tributo a lui e alla sua inventiva, tanto originale quanto indiscutibilmente legata alla musica: “giusta” insomma, per rendere vivo e godibile questo melodramma comico, senza privarlo dei caratteri magari non propri della sua fisionomia originale, ma che noi consideriamo irrinunciabili, perché cristallizzatisi e germogliati in tanti anni per tornare poi a nuova vita dopo tanto indefesso cammino scenico.

 
 
 
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