Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - RITA
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Per quanto mi riguarda, Rita è una scoperta. Riascoltare e ripensare ad una sua regia mi ha riempito di stupore: è stata un’autentica sorpresa. Lo è, poi, da tutti i punti di vista. È una creazione nata per gioco, quindi per caso: un Donizetti annoiato, solo a Parigi, per ingannare l’attesa di un contratto con l’Opéra che stentava a concretizzarsi, la scrive, così, di getto, senza ripensamenti. E questa Rita – nata senza patemi e senza sovrastrutture – grazie alla sua imponderata spontaneità, si qualifica, con la sua freschezza, come un autentico capolavoro. Le ragioni sono evidenti: in essa sono coniugati istintivamente, senza troppi sterili intellettualismi, il clima scanzonato e vitale della farsa all’italiana settecentesca – ingranaggio scenico raffinato ma di maschere più che di veri e propri personaggi – ed una commedia di carattere di clima borghese: l’opéra-comique, struttura teatrale più evoluta del teatro francese.
Il grande compositore riesce a rendere, senza inutili pose, un ponte ideale tra trovate comiche più immediate e farsesche e arguzie più meditate. Si alternano in scena schiaffi, gioco d’azzardo da taverna (la morra) e da cascina (la paglia corta) con sentimenti veri e profondi, come l’amore in fondo sincero dei due locandieri, arricchiti da dinamiche psicologiche di squisita profondità.
Tutta questa duplicità è resa palese dalla scrittura musicale. A fronte di una simmetria cartesiana di struttura, di spirito mozartiano, una specie di florilegio del numero “tre” (tre arie, tre duetti, un terzetto tripartito), la mutevolezza della scrittura segue, con la sua vivace varietà, il continuo evolversi dei caratteri dei tre protagonisti. L’ambientazione svizzera, il clima della locanda e l’estrazione popolare dei personaggi spingono gli stessi ad esprimersi con spontaneità tra ritmi popolari o locali come barcarole, mazurke, jodler. Ma essi elevandosi, in un giro di poche battute, dialogano con un linguaggio più lirico ed elevato da melodramma romantico, per ritornare poi a battibecchi farseschi o più comici, quando quelle stesse melodie si trasformano in ironiche evocazioni di climi da drammoni di cappa e spada lontani mille miglia dalla prosaica verità della vicenda.
Il vero problema è quindi come rendere tutto questo. Mi sono trovato – come sempre in casi di opere anfibie o meglio bifronti – in difficoltà. Il clima è doppio e doppio è il rischio di non renderlo. La prima tentazione è quella di essere troppo intellettuali o peggio intellettualistici: risultato, si uccide la spontaneità. La seconda, non meno grave, è quella di nascondere la sua lievità e raffinatezza sotto il peso di trovate di facile presa ma di cattivo gusto e di stile inadatto.
Pertanto mi sono attenuto alla linea musicale e da questa mi sono basato per creare il ritmo e la vitalità. Si passerà – con la levigata dolcezza donizettiana – da momenti di lirismo romantico alla parodia di opere serie, dalla spontaneità comica accanto al rossiniano nonsense mimico. Un tratto penso che sia però il più determinante per rendere appieno la sua qualità: creare un clima che abbracci artisti (in scena) e pubblico (in sala) e che ci porti alla mente – sorridendo con sincerità non priva di malizia – le parole della mozartiana Susanna: “Divertiamoci anche noi!” (Le nozze di Figaro, atto quarto, scena decima).

 
 
 
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