Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - NABUCCO
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

La maggiore difficoltà nell’allestimento di Nabucco è riuscire a conciliare una sua grande disparità interna: questo melodramma, in cui si percepisce soltanto a tratti quello che sarà il grande Verdi, ha molto di incompiuto e di anfibio. Il musicista – quasi esordiente e non aiutato da un libretto alquanto farraginoso, nella sua intricata e criptica struttura drammaturgica – crea un’architettura musicale ampia e ricca, ma non completamente coesa. Alcuni aspetti nascono da ispirazioni rossiniane, consimili per clima ed ambientazione (Mosé in Egitto e Semiramide), e non mancano poi echi belliniani, legati soprattutto alla figura di Abigaille, compagna ideale di Norma; sono entrambe donne guerriere, volitive ed androgine, ma la cui corazza, imposta dal loro ruolo sociale, non fa altro che celare una dolce femminilità: un’amante e una figlia frustrate nelle loro aspettative emotive, alle quali solo una morte, che sa di trasfigurazione, può rendere una pace interiore.
Il determinante contributo – del tutto personale – del giovane Verdi si manifesta non solo nei recitativi e nella spinta drammatica che ne consegue, ma anche e soprattutto in un “personaggio” nuovo destinato ad un grande avvenire: il coro, che diventerà il simbolo non solo della novità del genio verdiano, ma, per la sua dirompente straordinarietà, sarà salutato come l’emblema del Risorgimento italiano.
In questo rapido quadro sta racchiusa la grandezza ed il limite di Nabucco: in altri termini, per il suo ruolo storico e per il coinvolgimento emotivo, è più di una semplice opera, ma è anche meno di un capolavoro musicale realmente e compiutamente riuscito.
La mia scelta registica si basa su una decisione ferma, che forse può sembrare assurda: non proporre una lettura tradizionalmente didascalica. È molto difficile accompagnare per mano lo spettatore nelle involuzioni della narrazione e chiarire passo per passo la dinamica delle vicenda: si risulterebbe troppo calligrafici, non si riuscirebbe, poi, ad offrire una chiara lettura drammaturgica e ci si ritroverebbe persi nei meandri di personaggi sempre in continuo divenire e in una narrazione che non si preoccupa di essere lineare (è difficile differenziare un coro che interpreta ora soldati e sacerdoti ebrei, ora fanciulle assire, ora rivoltosi fedeli di Belo ed ancora Leviti). Un’altra conseguenza negativa di una lettura prettamente narrativa è quella di far perdere l’elemento di coinvolgimento patriottico, tratto veramente imprescindibile di ogni vero allestimento di Nabucco.
La mia scelta è quella di propendere per una lettura simbolica della vicenda. La chiave di volta della mia interpretazione nasce proprio da Va’, pensiero (parte III, scena IV): coro simbolo non solo della Unità d’Italia, ma della dignità e della fierezza del Popolo italiano, virtù manifestate maggiormente nelle difficoltà storiche. Ho riscontrato la sua massima temperatura evocativa in due esempi inerenti alla Seconda Guerra Mondiale: il Va’, pensiero è stato il primo brano eseguito nello storico concerto (11 maggio 1946) di Arturo Toscanini per il Teatro alla Scala ricostruito – simbolo della rinascita dopo la devastazione delle bombe – e la celebre poesia di Quasimodo Alle fronde dei salici (1945), parafrasi del testo ebraico (Sal 137,2: «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre») da cui lo stesso librettista Temistocle Solera trasse le parole della notissima pagina:


Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento.

(vv. 8-10)


Per rendere questo clima di consapevolezza, ho deciso di dividere la rappresentazione della vicenda in due grandi aree, rispecchiate anche da un separazione scenica: il popolo è demarcato non tanto come ebraico o come assiro, ma come punto di riferimento attualizzante che richiamerà alla mente il ruolo storico dell’opera e soprattutto la sua valenza di simbolo della consapevolezza italiana; i singoli personaggi, invece, manterranno la loro natura melodrammatica e olograficamente ottocentesca. Queste due componenti agiranno su un piano, anche scenograficamente, diverso. Punto di incontro e di coesione di entrambi saranno il sommo sacerdote Zaccaria ed i Leviti, la cui fisionomia ieratica – connaturata al tempo senza il tempo del divino – renderà possibile un contatto trasversale cronologico e narrativo.
L’uso di proiezioni fotografiche avrà il compito di rendere ancora più evidenti il ruolo storico e spirituale dell’opera, dando a queste pagine – destrutturate dalla narrazione, ma proprio per questo più incisive sul versante lirico – un valore spirituale più che drammaturgico. Scelta registica sicuramente ambivalente, ma, come si è detto, proprio per questo più che mai coerente con uno dei più grandi “casi” lirici della storia: “il” Nabucco appunto.

 
 
 
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