Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - LA BOHÈME
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Ho sempre riconosciuto nel libretto de La bohème la sua più evidente novità. Quello che mi affascina non è solo il suo valore letterario, ma il fatto che difficilmente si possa trovare una struttura drammatica tanto sensibile alla descrizione di ogni singolo dettaglio della dinamica scenica: le proposte del testo poetico si innestano con una tale spontanea puntualità sulla sua struttura musicale da creare realmente quella fusione di teatro, poesia e musica che è la vera essenza del melodramma stesso. Questa mirabile e vera e propria disposizione scenica traccia, per una regia, un sentiero vincolante, ma con una misura tale nei suoi dettami da concedere anche un’evidente libertà al regista.
Non voglio, quindi, distaccarmi da un simile modello di struttura melodrammatica autorevole; d’altra parte, non dobbiamo scordarci che il teatro è figlio del proprio tempo e spesso – anche se possiamo accettare, soprattutto nell’opera, delle dinamiche sceniche tradizionali – difficilmente siamo coinvolti dalle atmosfere originali in maniera profonda come il pubblico coevo alla “prima”. Non dobbiamo dimenticare che nella Bohème lo scarto tra il tempo dell’azione («1830 circa») e quello della prima rappresentazione (1º febbraio 1896) era circa di un sessantennio e per questo ho preferito puntare sulla creazione di una ambientazione cronologicamente più vicina a noi, che, mantenendo coerenza con l’originale, la rendesse più comunicativa per una platea odierna.
In altri termini, penso che sia più evocativo e più nostro vedere una Mimì che «sviene» – secondo il dettato musicale e del libretto (quadro primo) – in un modesto abituccio scuro piuttosto che in un improponibile abito scozzese, tanto caro all’iconografia della più consolidata e scontata tradizione. Ritengo, poi, che sia più coinvolgente avere di fronte una Musetta in un aderente abito da diva del cinema del dopoguerra piuttosto che in uno sgargiante e ricco abito in stile “secondo impero”.
Sono convinto quindi che sia più nostro riconoscere quel clima di libertà, di poesia e di amore che taglia il respiro e si manifesta in baci incontenibili non nella Parigi di metà Ottocento, ma in quella di metà Novecento: negli anni Cinquanta. Allora la capitale francese era la Parigi di Jean-Paul Sartre, di Simone de Beauvoir e di Simone Signoret, dei café al Quartier latin, sotto l’Abbaye de Saint-Germain-des-Prés. Era – e per tale noi la riconosciamo ancora oggi – il simbolo della novità priva di vincoli e catene sia per la cultura sia per la filosofia, ma in maniera più ampia per un approccio alla vita diverso, magari meno facile ma meno conformato, una vita spesso veramente «gaia e terribile» («vie charmante et vie terrible»: Henri Murger, Scènes de la vie de bohème, Préface, 1851).
Ecco quindi come la stupenda definizione che Henri Murger colloca tra le pagine del suo fortunato romanzo, fonte della quarta opera del musicista lucchese, acquisisce un significato più forte, più vicino, più percepibile. Giacomo Puccini, con la preziosa benché difficoltosa collaborazione di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, lo pone come il suggello di tutta la vicenda: questa scelta mostra come i tre vogliano eleggere come protagonista la prospettiva data all’esistenza da un gruppo di giovani che, con le loro scelte e la loro condotta, volevano attestare un nuovo approccio alla quotidianità, fuori dalla convenzione borghese. L’immagine di quella quotidianità polemicamente anticonvenzionale è certamente basata sulla spensierata ed euforica felicità tipica di un Dopoguerra di cui ancora noi sentiamo inconsapevolmente le tracce: sentiamo come facente parte del nostro immaginario collettivo legato a quei personaggi quella fierezza che contraddistingue – per dirla con le parole della Beauvoir – l’«età forte» (La Force de l’âge, 1960). Ma quella esteriore dura scorza non difendeva allora, come non riesce nemmeno oggi, i ragazzi protagonisti dal vero lato «terribile» della vita; la sregolatezza non li protegge dall’unica cosa che non sembra riguardare affatto un giovane: la morte.
Tutti questi tratti visivamente li riconosciamo come propri nelle foto parigine di Robert Doisneau e nell’intimismo urbano di piccole camerette e di disadorni interni del nascente cinema della Nouvelle Vague: la vicenda di Mimì – che entra nella vita di Rodolfo e degli altri ragazzi con la sua candela spenta ed esce abbandonando a terra, nello spasimo della morte, il suo nuovo manicotto – è, dunque, la spinta a quella dolorosa consapevolezza tipica dell’età adulta, descritta con chiaroscuri violenti tipici dai primi film di François Truffaut; la consapevolezza esistenzialista di come l’amore sia sopraffazione e dolore è il concetto che riconosciamo come tipico di Sarte. Colline, Schaunard, Marcello e naturalmente Rodolfo, grazie al sacrificio della fragile fioraia, comprendono di non essere più giovani quando si rendono conto che la morte non è qualche cosa che riguarda solo gli altri. Giunge l’irreversibile allontanamento dai sogni di grandi imprese e dalla gioia di sopravvivere, senza quasi avvedersene, tra gli stenti e le privazioni, considerati un prezzo ragionevole per questa libertà. A questo Mimì si sottrae: con le sue scelte prima e poi con la sua morte offre la possibilità anche agli altri di farlo. Diviene quindi – come capita spesso alle donne, e ne troviamo molte conferme nelle pagine autobiografiche della Beauvoir – l’unico sacrificio possibile e quindi necessario.
Nella mia interpretazione, alla luce irreale di una Parigi bianca di neve e nera di fumi, tra colori violentemente forti di un Quartiere latino in festa e immersi in una lattiginosa alba di periferia, ancora più evidente sarà la consapevole scelta di Mimì di amare Rodolfo, di lasciarlo e di immolarsi per lui, con quel coraggio che a lui tanto difetta. In questa mia lettura, ancora una volta, la vittima non è solo lei, ma anche la giovinezza che rappresenta e che se ne va, non con quella violenza indiscreta che le è stata propria, ma su un sommesso e appena percettibile accordo funebre.

 
 
 
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