Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - DON PASQUALE
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Don Pasquale è un’opera particolare e, se volessi usare un termine che oggi, forse, potrebbe sembrare fuori luogo, lo potrei definire come un capolavoro concepito come ormai fuori moda; infatti per la città di Parigi, che accoglieva con sempre crescente successo i grandi melodrammi a tinte forti o che si divertiva con le leggera raffinatezza dell’opéra-comique, un “dramma buffo” tradizionale era decisamente una tipologia teatrale superata.
Questa condizione, però, non è certo un difetto, anzi si trasforma in uno straordinario pregio grazie alla profonda consapevolezza di un Donizetti giunto al massimo della sua maturità: il grande operista, da mirabile e smaliziato alchimista, conosce tutti i trucchi del genere “buffo” e tutti i suoi mezzi espressivi e crea, quindi, l’essenza più pura di questo genere, arricchendolo anche di una profondità psicologica mai riscontrabile prima in opere simili. Don Pasquale diviene quindi l’ultima grandissima opera buffa in stile settecentesco e la prima di quel nuovo genere – quello della commedia umana – che troverà nel Falstaff verdiano la sua seconda perfetta realizzazione ottocentesca e darà i suoi massimi frutti nel Novecento.
È certo l’opera buffa più borghese, più realistica e più amara di Gaetano Donizetti ed anche la più autobiografica (poco ci vuole nel riconoscere nell’infelice e beffato don Pasquale l’ormai non più giovane musicista): è da questa condizione che si giustificano scelte registiche e musicali che puntano su questo versante, inusuale nel genere. Queste interpretazioni determinano una lettura magari interessante e, a tratti, pure geniale, ma priva di quella vivacità tutta da opera buffa, per cui, eliminando questo tratto, si indeboliscono anche i punti più agrodolci resi, per contrasto, tanto intensi.
A fronte di questo, non si deve dimenticare il sorriso divertito ed autoironico che anima tutta l’opera. Lo capiamo dal clima particolarissimo in cui l’opera è nata e si è manifestata apertamente alla sua prima assoluta (Parigi, 3 gennaio 1843), che è avvenuta in quel Téâtre des Italiens in cui trionfavano, nel genere serio, i quattro creatori dell’opera: Giulia Grisi, Luigi Lablache, Giovanni Mario ed Antonio Tamburini, i primi interpreti rispettivamente di Norina, Don Pasquale, Ernesto e Dottor Malatesta. Costoro erano noti al pubblico come gli interpreti di riferimento dei grandi capolavori di Bellini e naturalmente di Donizetti, e quindi il senso di scegliere – almeno una volta – di sorridere era decisamente palpabile.
Questo è quello che mi è sempre sembrato il clima più giusto da imprimere a quest’opera: quel senso di allegria, complicità tra artisti, autocitazione scherzosa ed ironica. Nasce un lieve sorriso, venato magari di amarezza, che solo grandissimi artisti sono in grado di permettersi, quando si concedono uno sfizio. Ecco un solo ma eloquente esempio, nella cui ottica voglio mostrare come l’espediente – vecchio come il mondo della commedia – del travestimento ponga un ponte tra il personaggio e l’artista che l’ha creato: Norina, chiedendo consiglio a Malatesta, si vorrebbe presentare ora come «fiera» ora come «mesta» (atto I, scena quinta) e non si può non leggere in queste parole l’ evocazione scherzosa dei tratti di riferimento di Norma ed Amina, le due eroine belliniane che proprio la Grisi portava in scena con successo proprio in quello stesso teatro. E così pure la scelta finale che punta sulla «semplicetta» il suo capolavoro interpretativo: l’Elvira de I Puritani.
Per rendere questo complesso di caratteri ho deciso di evidenziare gli aspetti divistici, che già sono presenti, nella figura di Norina: le sue intemperanze, le bizze, i capricci la giustificano altrettanto bene quanto la sua creazione della troppo remissiva e dolce Sofronia, figlia della sua credibilità scenica. In una ambientazione contemporanea alla prima, con qualche rapida e sapiente citazione iconografica ai grandi creatori della prima assoluta, si vedrà come a lei faranno corona tutti gli altri personaggi, figure vere e vive perché consapevoli di trovarsi sì in una opera buffa magari anche “vecchio stile”, ma che giocano con puntualità con le maschere più tipiche della commedia: il vecchio stolto e brontolone, il giovane amoroso, il consigliere astuto.
Scioltezza e pertinenza – musicale e librettistica, ma anche quella legata all’estro misurato dei singoli interpreti – le saprà rendere vive e attuali, non rinunciando ad un’amarezza di fondo, ma non riducendo quella che è, sia negli intenti musicali del compositore sia in quelli drammaturgici del librettista, un’opera buffa in un serio dramma borghese.

 
 
 
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