Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - La serva padrona
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

La Serva Padrona è ambienta a Napoli e del gusto partenopeo mantiene tutta la sensibilità ed il piacere per il cibo connaturato con questa città; non a caso questo delizioso intermezzo buffo è si apre con l’attesa di un ciccolatte. Per questi motivi, forse, ogni volta che mi accingo a pensarne e a farne una regia mi sembra di apprestarmi a preparare un piatto particolarmente gustoso e non uno spettacolo lirico. Senza quasi accorgermi anche le parole che ho usato fin qui mi sembrano più in sintonia con la cucina e non con un palcoscenico. Come molte opere, di scena o di cucina, però, la preparazione sembra semplice solo all’apparenza. Solo quando ti ci metti capisci che, nella realtà dei fatti, è tanto più insidiosa di quanto si pensasse. I motivi dell’equivoco sono evidenti. La sua struttura è lineare, ridotta nel tempo e nello numero dei personaggio e non richiede mezzi di impatto per quanto attiene alla messa in scena. Ripassando per la cucina, per così dire, la portata “Serva Padrona” non vanta la dignità di un piatto veramente sostanzioso, ma, quasi per vendetta a causa di questa semplicità di natura, si dimostra, nella preparazione, molto più “a rischio” di menù solo all’apparenza più complicati. Non dobbiamo dimenticare che nasce come intermezzo: qualche cosa che fa da contorno ad un piatto più elaborato, ma, come nella micro vicenda di Serpina (una sapida servetta che diventa padrona) così, nella storia della musica, questa ghiottoneria, pensata come secondaria, diviene non solo padrona del mastodonte serio di cui faceva parte, ma addirittura regina del repertorio italiano buffo settecentesco. Per questi aspetti, nel mio fare avanti e indietro tra i fornelli e la platea, mi ricorda tanto la maionese: salsa che diviene a volte più importante di quello che accompagna. Nella preparazione di entrambe, infatti, basta un minimo errore per farle subito “impazzire”. Non basta saper scegliere gli ingredienti giusti e freschissimi, ma occorre essere in grado di dosarli ed amalgamarli, lasciando il necessario spazio all’imponderabilità improvvisatoria. Mano ferma e decisione: un “nulla” fuori posto e, nelle le occasioni, possono diventare un bibitone semiliquido e indigesto per qualsiasi stomaco. I rischi di scivolata sono tanti e opposti. Il primo più connaturato ai nostri tempi è di rendere l’intermezzo un gioco sottile di sfiorante ironia, dove è bandita la risata e si vede con sospetto anche un timido sorriso. Molti registi, con la volontà di dare una superiore dignità a questo gioiello, e per allontanarsi dalla criticabile idea del comico, lo spingono verso una seriosità meditativa che non gli è propria. Un po’ come se sembrasse in qualche modo lesivo e limitante vederla e sentirla solo per ciò che è: il capolavoro dell’intermezzo settecentesco; ovvero comicità pura in musica. L’essere stata, poi, la protagonista della celebre disputa, la cosiddetta Querelle des Bouffons,scoppiata in Francia a metà Settecento, non fa che complicare le cose. Ma se gli si vuol fare giustizia il desiderio di arricchirla troppo di densità espressiva ha, come conseguenza, quella di cancellare la sua vivida spassosità, di opacizzare la vivace e volatile semplicità della musica, che si appoggia alla freschezza contagiosa del libretto. Il secondo, non meno grave rischio, è quello legato alla storia del genere buffo, ovvero una versione in cui non solo si accetta l’effettaccio di facile presa ma anche la comicità scontata, con il brontolante e monocorde incedere senile di Uberto e la pettegola esagitazione di Serpina, francamente odiosa. La strada da percorre è quella di mezzo, quindi. Nella mia regia mi sforzo, sempre che questa mia “maionese” non impazzisca, di presentare un settecento spontaneo e, pertanto, fresco. Vorrei dare quel senso di realismo quotidiano di una Napoli che vive l’epoca d’oro dell’opera. Regalare alle figure che vivono la scena un gesto che non ecceda né in una stilizzazione fuori luogo né in una comicità scomposta.

È mio obiettivo fare che la natura inizialmente biliosa di Uberto si stemperi nell’agrodolce, dignitosa consapevolezza della vecchiaia ormai alle porte. Renderò perciò vagamente malinconica la sua grande scena dopo il falso addio dell’amata-odiata cameriera. Il confronto con l’indiscreta sincerità dello specchio renderà quasi palpabile questa scelta. Ugualmente per Serpina. Prima tratteggerò, con un occhio anche alla sua spumeggiante sensualità, la sua natura vitale, polemica e anche un po’ petulante e prevaricatoria; con gestualità rapida e dinamica scattante e sicura. Il maggiore spessore lirico comparirà solo al momento della grande aria, A Serpina penserete; questa sublime pagina segnerà la metamorfosi, rendendoci l’immagine di un’autentica prima donna, maestosa e charmante. Le due figure concluderanno il loro cammino attraverso un’ideale compenetrazione di questi molteplici caratteri nell’ampia sezione finale fatta di dolcezza amorosa e seduzione. Maggiore libertà di azione imprimerò invece a Vespone, pilastro della creazione di Pergolesi: muta, vitale presenza, per controscene ricche di spirito. Dalla lenta e maldestra presenza di servo indolente e fannullone, alla caricata spacconeria del suo alterego Capitan Tempesta. Anche la scelta della scenografia sarà consona. Un susseguirsi di ambienti, che girano intorno ad un unico asse, alterneranno e stempereranno la vicenda in varie microscene. Una cupa camera da letto, un’animata cucina. Una fastosa anticamera, una lavanderia. Una ricca sala da pranzo e, come chiusura ciclica di nuovo la stanza, resa, ora, viva grazie alla presenza della giovane sposa. Ho voluto dare questa idea di circolarità scenografica per rendere chiaro come Serpina sia sempre stata padrona, tanto della casa quanto del cuore del suo Uberto; la maggiore ricchezza che apparirà solo nel finale corrisponde alla consapevolezza che entrambi i protagonisti avranno di questa condizione, ora però resa più profonda, più intima, più vera, più dolce. Il potere dispotico si è mutato in affezione sincera per il sempre amato padrone, che solo dopo il rischio della perdita della compagna, comprende la vera natura del suo sentimento. Ma con la Serva Padrona come con la maionese si deve sempre stare all’erta!

 
 
 
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