Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - TURANDOT
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Turandot è un’opera complessa e pressoché infinite sono le sue implicazioni, spiegabili non solo dalla sua vicenda profondamente simbolica, ma anche dalla ricchissima miniera di innovazioni musicali e compositive escogitate da un maturo e profondo Puccini: non stupisce, perciò, che su questo suo “testamento musicale” sia fiorito il numero maggiore di proposte, di indagini, di letture psicanalitiche e di interpretazioni simboliche rispetto a tutte le altre sue opere.

         Molti sono i motivi. Primo tra tutti la femminilità che pervade e si erge vitalissima in tutta la vicenda, una femminilità complessa, duplice, antitetica, oppositiva, che si scorge fin da subito ripartita tra le due figure di Liù e di Turandot: inizialmente – come schiava e principessa – emergono in antitesi, ma, nel prosieguo dell’opera, divengono complementari e, infine, quasi coincidenti, come ad incarnare, nella loro parabola, la pura essenza di un ideale di femminilità totale che non riesce però a mostrarsi completa, ma rimane frantumata in due spezzoni.

         Ma questo melodramma è anche – e forse soprattutto – una fiaba. Non che questo dato ne renda più semplice l’interpretazione: l’antropologia e la critica letteraria ci hanno insegnato a rintracciare, in questo tipo di racconti, coinvolgimenti emotivi ancestrali, implicazioni umane profondissime e risvolti onirici e inconsci impossibili da rendere con una regia, se non rischiando di essere troppo intellettuali e di dimenticarne la natura fiabesca e teatrale.

         Da questa semplice constatazione prende spunto la mia scelta registica: la lettura che ho intenzione di proporre si sforzerà, quindi, di orientarsi nella resa di quel clima favoloso in cui la fantasia di Puccini inserisce la vicenda della terribile «principessa di gelo» (atto III, quadro primo), grazie all’uso sapientissimo di una musica veramente “incantata”. Ho quindi deciso di sperimentare la collaborazione con una scenografa milanese, Laura Rizzi – che ringrazio per la sua abilità pittorica e per la sua fantasia – che pazientemente ha dato forma e colore alle mie idee ancora incorporee: con la realizzazione dei bozzetti per la nostra produzione; abbiamo cercato di rendere questo complesso di evocazioni, intraprendendo un percorso comune che ha lo scopo di raggiungere una nuova prospettiva di indagine psicologica e possibilmente di rivelare alcuni nuovi lati dei personaggi, percepibili solo se legati a questo tanto irrinunciabile clima fiabesco.

         Le fiabe, però, per essere veramente tali, devono parlare all’immaginario collettivo ed è quindi molto difficile trasmettere ad un’ampia e variegata platea il loro “tempo senza tempo”, le innumerevoli suggestioni e quel potere dolcemente evocativo. In più Turandot è anche un’opera, e dunque è dramma e drammaticamente deve essere resa. Ma il teatro, forse più di ogni forma di rappresentazione, è strettamente figlio del proprio tempo; in altre parole, quello che all’epoca della prima assoluta dell’opera (Teatro alla Scala, 25 aprile 1926) era efficace ora può non esserlo più allo stesso modo, ed infatti il clima favoloso del lontano allestimento scaligero del ’26, ancora percepibile scorrendo le vecchie immagini di scene e figurini – pur mantenendo quel suo fascino rétro – perde, ai nostri occhi, la sua immediatezza teatrale.

         Pertanto abbiamo deciso di propendere per una proposta alternativa: un qualche cosa che stia tra l’immaginario ed il dramma. Era però necessario, per rendere quel clima familiare tipico della fiaba, un cardine ben specifico e facilmente identificabile a cui fare riferimento e la proposta che maggiormente mi sembrava possibile, come fonte da cui attingere ispirazione, era, ancora una volta, duplice: le illustrazioni dei libri per bambini e la svariata e poliedrica esperienza dei manga. Grazie alla sapienza di Laura, si è cercato di arricchire con tocchi più decisi la placida, luminosa, ingenua e tridimensionale iconografia del libro illustrato di infanzia, fondendola con un figurismo scabro, monocromatico e bidimensionale tipico del fumetto giapponese: scenografia e regia hanno così l’intenzione di evidenziare questo dualismo, con scelte dinamiche e sempre in divenire. La narrazione sarà accompagnata da animazioni grafiche che amplieranno il gesto e la postura dei cantanti, caratterizzando anche alcuni momenti specifici, come l’apparizione della luna, simbolo di femminilità e di morte (Perché tarda la luna?: atto I), il racconto dai contorni mitici di Turandot (In questa reggia: atto II, quadro secondo) ed ancora la grande e simbolica scena degli enigmi (Straniero, ascolta!: atto II, quadro secondo).

         A questo punto, però, il vero enigma non son più le tre domande poste da Turandot al Principe ignoto oppure il suo stesso nome, ma quanto questa scelta ardita risponderà alle nostre intenzioni. Al pubblico il compito di scioglierlo!

 
 
 
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