Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - Macbeth
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Macbeth è una grande tragedia: è un semplice ed incontrovertibile assioma, e a Verdi era chiarissimo. Gli era tanto evidente che dedicò un tempo sterminato e un interesse profondo al complesso dell’allestimento della prima fiorentina (Teatro alla Pergola, 14 marzo 1847). Basti pensare a quanto amasse ricordare Marianna Barbieri-Nini: la creatrice del ruolo di Lady Macbeth non poteva infatti dimenticare le estenuanti prove, le cui queste sedute – non solo in teatro, ma in qualunque luogo disponibile – erano divenute frenetiche a ridosso delle prima («Le prove del Macbeth fra pianoforte e orchestra salirono a più di cento, poiché Verdi mostravasi mai contento dell’esecuzione e richiedeva una migliore interpretazione dagli artisti i quali, un po’ per queste sue esagerate esigenze, un po’ per quel suo carattere chiuso e taciturno non avevano per lui grandi simpatie… E il duetto col baritono che incomincia Fatal mia donna! Un murmure, vi parrà incredibile, ma fu provato più di centocinquanta volte»), tanto che il Maestro costrinse lei ed il baritono Felice Varesi a riprovare quasi tutta la loro parte anche appena prima di andare in scena («Eravamo dunque tutti vestiti e pronti, l’orchestra in ordine, i cori sulla scena, quando il Verdi, fatto un cenno a me e al Varesi, ci chiamò dietro le quinte e disse che per fargli piacere fossimo andati con lui nella sala del foyer per provare un’altra volta al pianoforte quello stramaledettissimo duetto»).

         L’interesse maniacale di Verdi emerse anche dalla volontà di sfruttare, per la gran scena delle apparizioni («Finché appelli… Fuggi, o regal fantasima»: atto III, scena terza), la fantasmagoria. Questo dispositivo – raro e costosissimo (una specie di antenato del nostro proiettore) – dava la possibilità di creare immagini evanescenti di grande impatto e, benché più volte gli fosse stato negato, per questioni pratiche ed economiche, era l’unico mezzo ritenuto indispensabile dal musicista per rendere – ed è un termine suo – «l’effetto» adeguato.

         Questi aspetti sono solo l’esempio probante della profondità dell’indagine che Verdi ha riservato a Macbeth. Dalle lettere del grande soprano, poi, compaiono almeno altri due dati che ritengo altrettanto indicativi e fondanti per una regia dell’opera. Il primo riguarda la focalizzazione su un numero ridottissimo di scene: Verdi infatti ne riteneva fondamentali solo due: il duetto di Macbeth e Lady prima e dopo l’uccisione di Duncano («Ove son io?… Ora di morte e di vendetta»: atto III, scena quinta) e la gran scena del sonnambulismo («Vegliammo invan due notti… Una macchia è qui tuttora»: atto IV, scene terza e quarta) («Mi ricordo che due erano per il Verdi i punti culminanti dell’opera: la scena del sonnambulismo e il mio duetto col baritono. Si durerà a crederlo, ma è un fatto che la sola scena del sonnambulismo assorbì tre mesi di studio»).

         A queste dunque anch’io cercherò di imprimere il massimo risalto: per il duetto ho ideato suggestioni di progressiva sopraffazione delle forze del bene su quelle del male, che al contempo ambientano la presenza delle Streghe; per la scena del sonnambulismo mi concentrerò sull’isolamento della Lady rispetto ai due personaggi, la cui lontananza fisica sarà una metafora intesa a rendere un senso di pietà per la donna, schiava della seduzione del potere.

         Il secondo caso riguarda la figura delle Streghe. Nell’epoca romantica, questi soggetti erano letti come figure transumane e toccate da un dono superiore: la capacità di interpretare il futuro. La proposta di Verdi li estende invece a figurazione visionaria e mostruosa dell’ambizione di Macbeth stesso e questa scelta – oggi riconosciuta da tutta la critica letteraria – non era affatto scontata per l’epoca: il Verdi creatore della versione musicale della tragedia shakespeariana è, dunque, prima che un grande compositore, un eccezionale interprete istintivo dei tratti più profondi della concezione drammaturgica di Shakespeare stesso e la vena musicale fa il resto. Ne scaturisce un dramma di inaudito spessore e di grande complessità, quasi palpabile nella resa del valore simbolico delle visioni, delle apparizioni e di tutti gli elementi sovrannaturali che si manifestano lungo tutta la vicenda.

         Risorsa peculiare che sfrutterò è la logica attualizzazione della fantasmagoria: la videoproiezione. È evidente che l’impatto di una proiezione oggi non può essere paragonato a quello che avrebbe dato al pubblico della “prima”, stupito dalla inusuale novità del mezzo; in questo caso, però, le immagini non accompagneranno tutta la vicenda fungendo da scenografia, ma caratterizzeranno solo alcune scene: quella delle Apparizioni – secondo il dettame verdiano – e, all’inizio dell’opera, quella del Coro di streghe, in corrispondenza con la loro prima comparsa.

         Queste creature disumane saranno maggiormente presenti rispetto a quanto richiesto dal libretto: palpitanti sotto un telo nero, o più evidenti con movenze serpentine, accompagneranno tutta la parabola del nuovo re di Scozia e della sua smodata sete di potere. Loro gli porgeranno il pugnale che si aggira minacciosamente nell’aria prima dell’assassinio di Duncano; per opera loro comparirà, al banchetto, il fantasma di Banco; saranno ancora loro a rendere Lady Macbeth lo strumento di degenerazione morale e di conseguente dannazione di Macbeth: la protagonista stessa ne resterà fagocitata, quasi a diventare una di loro, ed a lei le Streghe recheranno la lettera che scatenerà la sete di potere e di distruzione della donna.

         La mutazione di Lady diverrà irreversibile al “brindisi” («Salve, o re!… Si colmi il calice»: finale II), in un clima allucinato, spaventoso e palesemente macabro. Proporrò in questa scena uno scontro violento di aree cromatiche: il nero del palcoscenico, il bianco della tavola, il rosso del vino. Un triangolo e dei piani inclinati segneranno il tratto aggressivo, rabbioso e solitario dei due personaggi ed i colori amplificheranno questo effetto, accompagnando lo svolgimento della vicenda.

         L’opera – come Verdi ben ci indica – non è fatta però solo di streghe e di due sovrani; agli altri personaggi – sono padri e figli – mi piacerebbe offrire una maggiore umanità, rendendo evidente il loro spessore sentimentale e questa profondità, sconosciuta agli “sterili” protagonisti, si evidenzierà in colori morbidi e pastello.

         Per concludere introdurrò nel finale una nota positiva e rassicurante: il nero delle Streghe che trascinano il cadavere di Macbeth si scioglierà, come una neve sudicia e corrotta, alla luce ed al calore di una nuova alba rosata, la fine di un incubo sanguinario e terribile.

 
 
 
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