Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - Il trovatore
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Il trovatore è un’opera simbolo: con il suo Medioevo oleograficamente ottocentesco, con i suoi cavalieri, con i suoi castelli notturni, con una «cuna» violata da una zingara vendicativa, con streghe fittizie e roghi reali, con voci dal cielo e chiostri illuminati da torce, con richieste di vendette ed immagini di morte, è una delle manifestazioni più alte e di maggior riferimento del melodramma romantico. Non la rendono tale solo la vicenda o il libretto, ma anche la capacità compositiva, la sensibilità strutturale e la forza drammatica versata a larghe mani da Verdi: è evidente che il grande musicista di rado è stato tanto ispirato nella composizione delle melodie, ma il suo merito maggiore non va ricercato solo nel singolo numero o nella melodia di una pagina, bensì nella perfetta aderenza al modello tradizione “romantico” e nella sua profonda caratterizzazione su un piano scenico.

         Il trovatore, infatti, non è certamente un’opera innovativa e potremmo anzi azzardarci a definirla “ordinaria”: essa appare pienamente rispondente alle richieste e alle velleità del pubblico, e a tutti gli effetti risulta tradizionale anche la sua struttura musicale (già il grande critico Abramo Basevi – nel suo celebre Studio sulle opere di Giuseppe Verdi del 1859 – riconosceva quanto Verdi avesse proposto un melodramma composto da un ininterrotto susseguirsi del tassello musicale più comune, tanto invalso nella struttura operistica da essere definito «la solita forma»). Questo, che potrebbe apparire come un limite, è invece la base su cui si è costruita la profonda maturazione del musicista: l’abilità di Verdi è stata, quindi, quella di dare al modello stilistico tradizionale – magari un po’ consunto – una logica drammatica e un’urgenza scenica fino ad allora non solo mai viste, ma persino impensabili.

         Scenicamente – oserei dire anche visivamente – Il trovatore è pertanto un’opera molto radicata nel momento storico in cui è nata e mostra appieno questo suo carattere a partire dall’ambientazione; ma il setting, in sé, non può bastare a suscitare nel pubblico di oggi le stesse suggestioni di allora e per questo mi sono posto l’obbiettivo di rendere evidente lo spirito originale con una serie di connotazioni riferibili al momento storico della sua creazione.

         Presenterò un allestimento basato su due piani di visione prospettica differente: il primo è quello del tempo della vicenda narrata («il principio del secolo XV») ed il secondo è quello del momento storico in cui l’opera è stata applaudita per la prima volta (19 gennaio 1853). Ho colto questa idea potenziale da un grande capolavoro cinematografico degli anni Cinquanta: Senso diretto da Luchino Visconti nel 1954. Il film, ambientato nella Venezia del 1866, si apre con un’immagine del Gran Teatro La Fenice dove si sta dando, appunto, Il Trovatore e – dopo la celeberrima «pira» (parte III, scena sesta) – al grido «All’armi!» il pubblico veneziano getta dal loggione volantini tricolori a mo’ di coriandoli su una platea di ufficiali austriaci. Dal capolavoro viscontiano ho tratto anche alcuni spunti “estetici”: la luminosità pacata delle scene, la gestualità a tratti accademica secondo uno schema forse più operistico che cinematografico, mentre, per la collocazione dei personaggi e dei figuranti, mi sono riferito principalmente ai dipinti di soggetto medievale di Francesco Hayez, pittore “operistico” per eccellenza.

         Da tutti questi spunti nasce la mia proposta, che apparirà come una “narrazione parallela”: accanto al nucleo della vicenda primitiva – bloccata in tableau vivant idealmente vicini al grande pittore veneziano – prenderanno vita comparse e figuranti in abiti ottocenteschi, che renderanno palese questa duplicità di visione. La musica animerà poi – di fronte agli occhi di un muto pubblico ottocentesco in scena – queste grandi tele di clima romantico, offrendo un’insolita chiave di lettura legata a gesti codificati e ad abiti di un medioevo tradizionale e placidamente oleografico.

         Il mio Trovatore-Senso sarà quindi, nelle mie intenzioni, più visivo e meno narrativo, più scenico e meno drammatico, più storico e meno tradizionale. Mi auguro che da questa operazione emerga intatta la mia fedeltà sostanziale alle richieste di Verdi e, forse, un po’ di quel fascino che il suo Medioevo doveva esercitare agli occhi di un abitante del lombardo-veneto.

 

 
 
 
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