Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - Andrea Chénier
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Andrea Chénier è un’epopea dell’Amore e, alla luce corrusca di una violenta ed attendibile descrizione della Rivoluzione Francese, la ghigliottina –attestata come simbolo di libertà e di giustizia–, diviene strumento di repressione politica, di negazione di libertà e di sfinimento spirituale, ma anche spinta verso un arricchimento emotivo. Ed è proprio in virtù di questo travaglio che nascono i più puri sentimenti. Da un clima di “sangue e fango” nonché dall’Amore, ottengono linfa il patriottismo poetico e ideale del protagonista, la sete di giustizia di Gérard e il nobilissimo tentativo di emancipazione femminile di Maddalena. Anche il libretto di Illica giustappone con abilità un primo atto tutto Ancien Régime ed una successiva narrazione “alla Rivoluzione”, creando un’idea di “prima” e di “dopo” rispetto al momento simbolo della Presa della Bastiglia. Bisogna, poi, ricordare che, all’epoca della prima assoluta dell’opera, il genere settecentesco stava vivendo una grande fortuna teatrale con un profluvio di galanterie rococò, di egloghe arcadiche, di vezzose pastorelle sedotte e di audaci pastori. Nell’immaginario collettivo tardo ottocentesco, il secolo delle grandi favorite di Luigi XV e del successivo déluge [diluvio], significava lascività corrotta ed insinuante in contrasto ai nascenti Neoclassicismo e Romanticismo. Doveva inoltre percepirsi il cupo pessimismo di fondo legato alla nuova condizione dell’uomo di fine secolo, ormai consapevole della fallibilità dei nuovi valori borghesi. Questo quadro storico fu poi esasperato dalle tendenze letterarie e teatrali veriste e finì per sconfinare verso un erotismo scoperto e distruttivo. Da un Settecento incipriato ed imparruccato oggi, però, emergerebbe una scarsa presa emotiva e poco ci rivelerebbe l’affresco di una nobiltà malata, alternata a gruppi di Giacobini in capelli frigi e cuffie bianche che ballano la Carmagnola sulle tombe dei Giorondini.

Ecco quindi, la mia decisione di spostare la vicenda in un diverso contesto rivoluzionario che fosse oggi perfettamente tangibile: il grande sommovimento culturale e sociale che è stato il 1968 parigino. Periodo discusso, amato o denigrato, che vive, come tutte le rivoluzioni, di contrasti, incoerenze, gesti nobili e bassezze. La festa del primo atto diverrà una ricevimento alto-borghese in cui lo snobismo arrogante della Contessa e la vuotezza capricciosa di Maddalena faranno da trampolino verso il clima che emergerà negli atti successivi, fatto di sete di equità sociale, di riscatto sessuale e morale, di assemblee popolari, di Comuni e di processi sommari.

Anche in questo caso gli ideali filosofici, all’atto della loro applicazione pratica, si muteranno in un mostro orribile e pericoloso e i protagonisti, proprio come molte figure del ‘68, pagheranno con lo squallore di una sopravvivenza delusa –o persino con la vita– il prezzo della temperie rivoluzionaria e della coerenza alle istanze d’Amore, di Libertà e di Giustizia. 

 
 
 
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