Circolo Musicale
Mayr-Donizetti

NOTE DI REGIA - Manon Lescaut
 

Note di regia (a cura del Prof. Valerio Lopane, musicologo e regista)

Manon Lescaut è il terzo dramma lirico di Puccini ma si tratta in un certo senso della sua vera “prima opera”; infatti, proprio con questo melodramma il grande musicista riesce definitivamente a rivelare le sue reali potenzialità ed a trovare un suo linguaggio e originalità compositiva.

Questo aspetto è facilmente percettibile per il taglio particolare e personale dato alla vicenda di questa “donna perduta”. La Manon voluta da Puccini, e creata drammaturgicamente dai numerosi librettisti ingaggiati, è non solo molto diversa, ma quasi antitetica, rispetto alla precedente e più nota “altra” Manon, quella di Massenet. Dal suo ricchissimo epistolario si comprende subito il desiderio di voler cancellare tutto ciò che potrebbe risultare “francese”; cade infatti, in questa nuova trasposizione, il licenzioso clima Rococò e la sensuale galanterie, ma anche quella nebulizzazione sentimentale che nelle passi precedenti caratterizzava i primi momenti della vita dei due giovani amanti. Sono cancellati anche il dualismo tra misticismo e sensualità, ascetismo e dannazione, ma anche l’ingombrante redenzione finale presenti nel romanzo di Prévost ed in Massenet.

La Manon di Puccini è dunque una figura nuova. Sola e ripiegata su se stessa, si muove con incedere incerto, stanco e privo di intima determinazione. La giovane ragazza, apparentemente guidata soltanto dai sensi, è sempre inappagata nella continua ricerca di “altro" ed incapace di rinunciare ad alcunché. È una donna la cui frivolezza galante produce perennemente instabilità e fughe reali, sventate, sperate. La condotta e la vita di Manon diviene, quindi, immagine della crisi degli ideali borghesi ottocenteschi che tanto sollecitò le coscienze umane alla fine del XIX secolo. Anche la sua sensualità, dapprima negata dal bisogno di verginità, si muta in insoddisfazione e desiderio nevrotico ma inconcludente di colmare un vuoto di sentimenti puri e profondi.

Troppo debole nell’opporsi al padre, troppo facilmente disposta a fuggire con Des Grieux, incapace di rivalsa nei confronti di un fratello più amorale di lei, scivola fino a divenire cortigiana in un lusso che appaga solo la superficialità. Nemmeno le figure che le fanno da corona riusciranno scalfire questa sua condizione di ennuie, che la porterà ad accettare passivamente l’esilio e il marchio d’infamia.

Con questo dramma lirico si chiude la grande stagione romantica per dare spazio alle velleità dell’ultima stagione del Decadentismo.

Secondo questa lettura la mia interpretazione registica si muoverà “per sottrazioni”. Il palcoscenico sarà progressivamente meno ricco di elementi, fino a giungere allo scabro e desertico scenario del finale. Per le scene dei due primi atti attingerò ad opere di due grandi pittori francesi del Settecento (François Boucher e Jean-Honoré Fragonard). Nel terzo e quarto atto inserirò invece elementi quasi coevi di pittura inglese (John Constable e Joseph Mallord William Turner), a segnare il progressivo cammino dalla frivolezza rococò allo schianto sentimentale del primo romanticismo d’oltremanica. Anche il gesto degli artisti si farà sempre meno galante e sempre più naturale fino a suggerire nel finale un realismo quasi verista. La mia regia intende dunque tracciare un cammino che da un luminoso e scintillante Settecento galante fatto di arcadiche campagne e di boudoir tappezzati di seta ci condurrà verso squallidi e cupi porti di mare e, infine, agli arroventati e desolati tramonti desertici del Nuovo Mondo.

 
 
 
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